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sabato 3 maggio 2008

La sinistra ed i movimenti islamisti

Nel mondo arabo-islamico, i raggruppamenti della sinistra ed i movimenti islamici, pur essendo divisi da differenti – ed a volte antitetiche – convinzioni politiche e ideologiche, sono uniti dalla comune appartenenza di classe della base popolare che li sostiene.

L’intellettuale libanese Fouad Mar’i traccia una rapida storia dei rapporti esistenti fra la sinistra e l’Islam politico, mettendo in evidenza affinità e divergenze sul piano ideologico, politico e sociale
Non è un caso che l’Islam politico abbia riempito il vuoto lasciato dalla sinistra dopo il crollo del sistema socialista. E non è un segreto che una parte dell’Islam “ufficiale e popolare” abbia contribuito ad accelerare questo crollo. Dal canto suo, l’ideologia comunista ostile alle religioni aveva fornito i necessari pretesti a tutti coloro che desideravano combattere la sinistra, al punto da mettere in difficoltà gli stessi alleati del sistema socialista all’interno dei movimenti di liberazione nazionale, come il regime del presidente Gamal Abdel Nasser in Egitto, il quale aveva scelto il fronte dei paesi non allineati. Questo elemento si era intrecciato con motivazioni interne che avevano fatto sì che in Egitto i comunisti venissero sbattuti in prigione insieme ai Fratelli Musulmani. Questi ultimi, d’altra parte, furono scarcerati soltanto nell’era di Sadat, il quale cercò di contrapporli alle correnti nazionaliste e di sinistra. Senonché la sua visita a Gerusalemme, e la firma del trattato di Camp David che sancì la pace con Israele, posero drammaticamente fine a questo tentativo. Il risultato fu infatti l’assassinio di Sadat, che però non giunse a cambiare l’orientamento del regime, ormai alleato con gli Stati Uniti. Tutto questo avvenne in una fase in cui si assistette a due importanti sviluppi: la caduta del regime dello scià in Iran, e l’occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa.

Mentre infuriava la guerra Iran-Iraq, ed al culmine della contrapposizione fra Iran e Stati Uniti, la Guida della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Khomeini, inviò un messaggio al leader sovietico Mikhail Gorbaciov in cui si affermava che il comunismo era “in punto di morte”, e si apprestava a finire “nella pattumiera della storia”. Tuttavia coloro che contribuirono a far sì che la profezia di Khomeini si avverasse furono gli “afghani arabi” (all’epoca dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, molti giovani arabi si erano riversati in Afghanistan per combattere sotto la bandiera del jihad, appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti contro il nemico sovietico (N.d.T.) ). Dopodichè, le correnti nazionaliste furono spazzate via dalla scena araba ad opera delle correnti islamiche , mentre la sinistra araba assaporava il gusto amaro della sconfitta del sistema socialista a livello mondiale.

Ma cosa c’è di comune, e cosa c’è di diverso, fra gli islamici e le correnti della sinistra, al punto da portare a questo conflitto da cui trasse vantaggio un terzo protagonista, a scapito dei primi due?Cerchiamo di portare avanti questo confronto su tre piani, il piano ideologico, il piano politico-economico, il piano sociale e culturale.

Il piano ideologico Il contenuto ideologico e dottrinario di queste due correnti politiche differisce al punto da entrare in collisione in numerose questioni sostanziali, tuttavia la norma generale che governa il comportamento tali correnti le ha sempre spinte a far prevalere l’aspetto ideologico su quello politico nei momenti di ascesa, ed a fare il contrario nei momenti di difficoltà. Perciò, attualmente il tasso ideologico presso gli islamici è certamente molto più elevato rispetto a quello presente nelle correnti di sinistra. Queste ultime sono ormai impegnate a cercare dei punti fermi in un terreno insidioso e “pieno di sabbie mobili”, e dunque le preoccupazioni ideologiche hanno lasciato spazio a comportamenti più realistici e razionali. La loro disgrazia le ha (temporaneamente?) salvate dalla trappola dell’estremismo teorico in cui erano piombate nella fase di espansione della sinistra. Il paragone diretto fra l’ideologia della sinistra e l’Islam politico fa emergere delle differenze che è possibile superare solo attraverso il riconoscimento della necessità di trovare una convivenza. Tuttavia, entrambe queste correnti ideologiche sono state più o meno influenzate dai valori democratici affermati dall’Occidente capitalista. Questa valutazione ovviamente non si estende ai movimenti islamici nichilisti ed alla sinistra estrema.

Il piano politico-economico La sinistra parte dall’idea di uguaglianza e di giustizia sociale, e definisce i suoi programmi politici sulla base di questa scelta culturale. Da ciò deriva una serie di posizioni “di lotta” a proposito di numerose questioni: lo sfruttamento economico, le differenze di classe, lo spreco delle risorse, i danni causati all’ambiente, ecc.. I movimenti islamici, invece, guardano a queste questioni dal punto di vista della fede. Ma, così come all’interno della sinistra vi sono punti di vista differenti – e a volte contraddittori – sui dettagli delle diverse questioni, presso gli islamici vi sono sette e fazioni ciascuna delle quali ha il proprio punto di vista riguardo a concetti come l’uguaglianza, la giustizia, e le pari opportunità. Tuttavia, un denominatore comune culturale e di classe pone sia i movimenti islamici che le correnti della sinistra in opposizione alle forze della destra capitalista mondiale. Per questa ragione, le basi popolari di questi due raggruppamenti si intersecano, ed esplode la competizione fra essi non appena uno dei due, o entrambi, si sentono fuori pericolo. Vi è chi ritiene che la sinistra politica non riesca a governare poiché rappresenterebbe gli interessi di classi strutturalmente incapaci di governare da sole. Per questa ragione, la sua funzione si riassumerebbe nel compito di esercitare pressioni affinché vengano salvaguardati i suoi interessi, e si giunga ad un equilibrio politico e sociale che obblighi le classi dominanti a fare delle concessioni. I sostenitori di questa tesi affermano che questo è il massimo ruolo che la sinistra può arrivare a giocare. Alla tendenza delle correnti di sinistra a posizionarsi nel fronte dell’ “opposizione” fa riscontro una equivalente tendenza presso gli sciiti. Sia gli sciiti che le correnti della sinistra si basano sull’idea di “oppressione” e di “ingiustizia”, a cui bisogna opporre la protesta e la rivoluzione. La cultura islamica sunnita varia invece da paese a paese, e da gruppo a gruppo (con l’eccezione dei movimenti salafiti). Tuttavia, ciò che è accaduto negli ultimi anni nell’area siro-palestinese e nella penisola araba ha capovolto queste realtà, ponendo tutti i movimenti islamici – sunniti e sciiti – in un unico schieramento pronto a danzare al ritmo dei tamburi di guerra. La sventura ha gettato la sua ombra su tutti. In questo caos, la sinistra sembra più spaesata e meno rumorosa. Mentre era impegnata nella sua crisi interna, sono piombate sul suo capo sfide esistenziali che hanno a che fare con la sopravvivenza stessa delle società di cui fa parte.

Il piano socio-culturale E’ noto che i movimenti islamici diffondono un clima conservatore nelle società in cui vivono, mentre invece la sinistra esorta i suoi seguaci a liberarsi dai vincoli sociali. E’ nella sfera sociale che si manifestano i maggiori attriti fra la sinistra e gli islamici. Rientrano in quest’ambito questioni come il modo di vestire, la danza, il canto e la musica, i rapporti fra i sessi, il matrimonio civile, ecc., per arrivare a questioni di maggiore complessità come la libertà creativa, la libertà della critica e della ricerca. Ciò non significa che la sinistra tradizionale sia più tollerante dell’Islam intransigente per quanto riguarda le libertà. L’esperienza comunista, a questo proposito, è ancora fresca nel ricordo di molti. Tuttavia, quello che ci interessa in questa sede sono le possibilità di convivenza fra queste due controparti “litigiose”, nell’ambito di una stessa terra ed in determinate circostanze. L’esistenza di un nemico comune e tirannico, e di rivendicazioni sulle quali si registra una convergenza, aumentano le possibilità di una comprensione reciproca.

A questo punto l’interrogativo che si pone è il seguente: qual è la strada per realizzare quest’intesa, visto che entrambe le parti sono inesperte nelle pratiche democratiche? Sappiamo che si è verificato un passaggio dalle file della sinistra alle file dei movimenti islamici, in concomitanza con l’ascesa di questi ultimi. Ciò può essere spiegato con un cambiamento delle convinzioni ideologiche sullo sfondo di una comune appartenenza di classe. Più difficile è spiegare il passaggio di alcuni esponenti della sinistra nelle file della destra.

Oggi, forze internazionali e regionali si riuniscono contro i movimenti islamici e di sinistra. Questi ultimi, dal canto loro, fanno ricorso – ciascuno per proprio conto – alla loro base popolare. La sinistra soffre dell’erosione crescente della sua base popolare, che non le consente di giungere al potere. I movimenti islamici soffrono invece di un eccesso di popolarità che fa sì che il loro arrivo al potere sia fonte di problemi e di pressioni a livello internazionale. Entrambe queste correnti ideologiche si sono imbarcate su “malinconici bastimenti” alla volta del paradiso promesso, situato per gli uni sulla Terra, per gli altri in cielo. Quanto al loro comune nemico, esso ha diviso in un attimo la Terra in un Nord, dove si trova il paradiso, e in un Sud, dove si trova l’inferno.

(da Arabnews.it)

lunedì 14 aprile 2008

Sulle origini della violenza terrorista

Recentemente il Pentagono ha formulato le accuse nei confronti di 6 prigionieri di Guantanamo sospettati di essere direttamente coinvolti negli attacchi dell’11 settembre. Ciò significa che ad attenderli c’è la pena di morte.
Fin qui non vi è nulla di nuovo, malgrado le aspre critiche rivolte contro i tribunali militari di Guantanamo che hanno formulato le accuse. Essi rappresentano i primi tribunali americani per crimini di guerra dai tempi della seconda guerra mondiale, ed operano in base ad una legge approvata dal Congresso nel 2006, dopo che la Suprema Corte americana li aveva abrogati nella loro forma iniziale.
A destare stupore è invece ciò che è emerso dalle motivazioni dell’accusa, dalle dichiarazioni di alcuni responsabili americani a margine di questo evento, e dalla copertura che di esso hanno dato i mezzi di informazione. Tutte queste reazioni hanno messo in evidenza che la visione americana del fenomeno terroristico internazionale – imprescindibilmente legato, secondo Washington, al “revival islamico” – non è cambiata, malgrado i difetti e le lacune che questa visione unilaterale ha dimostrato nella realtà dei fatti.
Dopo la svolta rappresentata dall’11 settembre, tre diverse versioni dell’interpretazione – occidentale in generale, ed americana in particolare – dell’ascesa del “fenomeno islamico” in Medio Oriente hanno reciprocamente lottato per affermarsi. Queste tre versioni, ciascuna caratterizzata da numerose lacune, riguardavano essenzialmente l’aspetto internazionale del fenomeno islamico, e delle sue manifestazioni distribuite più o meno su tutti e cinque i continenti sotto forma di una sfida alla più grande potenza economica e militare del mondo: gli Stati Uniti. Tale sfida era lanciata a più livelli, che si estendevano dal piano dei valori a quello delle politiche, e dal comportamento quotidiano alle strategie di lungo periodo.
La prima di queste tre versioni interpretative guardava al fenomeno terroristico di matrice islamica come ad una reazione alle esplicite politiche di Washington a sostegno di Israele – politiche che allo stesso tempo continuavano ad erodere i diritti degli arabi, se non addirittura ad umiliarli. Noam Chomsky era alla testa di coloro che avevano abbracciato questa visione.
La seconda versione parlava del “revival islamico” come del nocciolo di uno “scontro di civiltà” fra musulmani e Occidente. Samuel Huntington guidava coloro che seguivano questo orientamento, le cui “quotazioni” crebbero enormemente dopo gli attacchi terroristici di New York e Washington. Tale orientamento si fondava largamente sulla teoria dei due avversari irriducibili, gli Stati Uniti ed al-Qaeda, i quali dopo l’11 settembre sembravano corrispondersi perfettamente, nel momento in cui Bush parlava di “crociata” e Osama bin Laden ripeteva il suo discorso abituale sulla “guerra ai crociati”.
La terza versione considerava il “revival islamico” come una reazione culturale e psicologica – collegata ad ambienti politici, sociali, ed economici molto ampi – alla “modernità”, di cui l’Occidente era portatore e con cui aveva scosso gli ultimi residui del passato, in Medio Oriente e non solo. Paul Berman difese questa interpretazione delle presunte ragioni alla base del livello di tensione raggiunto fra l’ala violenta del “risveglio islamico” da un lato, e l’Occidente – ed in particolare gli Stati Uniti – dall’altro.
Queste interpretazioni erano state costruite essenzialmente sulla base dell’analisi dei discorsi dei leader di al-Qaeda prima e dopo l’11 settembre, e, pur dando spazio ad ipotesi stravaganti, facevano ogni sforzo per cercare di spiegare le cause dell’ascesa del fenomeno islamico, nei suoi due aspetti moderato e estremistico. Tali interpretazioni, tuttavia, non sono riuscite ad offrire delle risposte complessive e soddisfacenti a questo proposito.
In realtà, lo “shock della modernità”, lo “scontro di civiltà”, e la “vendetta contro gli Stati Uniti” non sono sufficienti a spiegare le reali motivazioni che hanno spinto Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri, ed i loro seguaci ad incamminarsi sulla strada dello scontro con gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda bin Laden, in particolare, questa terna di condizioni esisteva già quando egli era apparentemente un alleato degli Stati Uniti ai tempi del “jihad” contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Al-Zawahiri, dal canto suo, rimase impegnato per decenni a combattere il “nemico vicino”, ovvero il regime al potere in Egitto, e la sua posizione riguardo agli Stati Uniti non andava al di là di un forte risentimento psicologico derivante dall’aperto sostegno dato da Washington ad Israele da un lato, ed al regime egiziano dall’altro.
Senza dubbio, le politiche americane nettamente favorevoli ad Israele, ed ingiuste nei confronti degli arabi, hanno alimentato sentimenti di rancore in molti gruppi islamici di orientamento radicale o conservatore, ed hanno contribuito, insieme all’oppressione ed alla tirannia dei regimi arabi al potere, a spingere alcune fazioni del movimento islamico verso l’adozione della violenza, e poi verso la sua esportazione “all’estero” anche per quanto riguarda la definizione degli obiettivi, o – per essere più precisi – l’individuazione del “nemico”.
Ma vi è anche chi ha parlato di alcune caratteristiche strutturali che avrebbero spinto il settore più ampio del movimento islamico – soprattutto quello che assunse una dimensione internazionale – a proporsi come “alternativa strategica” ai poteri dominanti, sia a livello di ciascun paese arabo-islamico, sia a livello internazionale in qualità di forza mondiale alternativa e contrapposta.
L’Islam è infatti una “religione mondiale”, ed il suo testo fondante – il Corano – stabilisce dei concetti di natura “sovranazionale”, che vanno al di là dei confini rappresentati dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua, dal tempo e dallo spazio, facendo sì che l’unico criterio di distinzione fra gli uomini sia la “devozione a Dio”. L’Islam esorta alla “predicazione” – ovvero all’annuncio ed alla diffusione della religione islamica – ed al “jihad”, ovvero a resistere a qualsiasi aggressione rivolta contro i musulmani ovunque si trovino ed a proteggere le frontiere degli stati islamici.
Tale caratteristica strutturale ha determinato, nelle circostanze attualmente esistenti a livello mondiale, le condizioni che hanno spinto al-Qaeda a combattere il “nemico lontano”, ovvero gli Stati Uniti. Tale caratteristica, tuttavia, non produce di per sé – come invece ritengono alcuni ricercatori ed alcuni politici in Occidente – una violenza spontanea o organizzata.
Questa stessa caratteristica è infatti radicata nelle menti e nei cuori di tutti i musulmani, ma la stragrande maggioranza di essi non ha seguito la strada di al-Qaeda e dei gruppi estremisti che hanno fatto dell’Islam il loro slogan politico. Dunque, le tesi dello “scontro di civiltà”, che equivalgono ad identificare l’intero mondo islamico, senza alcun fondamento o giustificazione, come il “nemico”, non offriranno una soluzione efficace al problema del terrorismo, e non garantiranno la sicurezza degli Stati Uniti, né permetteranno a Washington di convincere il mondo che gli Stati Uniti sono il “timoniere della globalizzazione”.
La soluzione efficace consiste invece in un insieme di provvedimenti integrati, il primo dei quali deve essere la rinuncia degli Stati Uniti ad appoggiare l’aggressione israeliana al popolo palestinese, ed un impegno serio a dare soluzione all’annosa questione che riguarda questo popolo. Il secondo passo deve consistere nella rinuncia di Washington a sostenere regimi di governo non democratici nel mondo arabo, permettendo così un cambiamento politico ed un rinnovamento sociale dall’interno, che ponga fine all’impasse causata da questi regimi. Tale impasse ha suscitato, fra l’altro, un odio crescente nei confronti degli Stati Uniti, i quali sono stati considerati, nella letteratura delle avanguardie del movimento islamico, come i sostenitori e gli alleati di quei governi che reprimevano e schiacciavano tale movimento – una visione, questa, che è tuttora predominante.
Da ciò segue la necessità di aprire la strada ad un coinvolgimento e ad un’inclusione del movimento islamico, e non al suo allontanamento ed alla sua condanna, come invece accade ora. E’ questa la condizione per far sì che esso rinunci del tutto alla violenza, sia sul fronte interno che all’estero, e che riconosca e accetti le regole di un governo di carattere civile, fondato sull’alternanza al potere e sul rispetto della libertà di espressione.
Il terzo passo da compiere è quello di “approfondire la conoscenza della religione islamica”, invece di emarginarla o di combatterla – scelta, quest’ultima, che significherebbe andare incontro ad una furiosa resistenza. L’approfondimento di questa conoscenza deve essere affidato a religiosi e giurisperiti musulmani moderati che godano del sostegno della gente, e che siano all’altezza delle sfide del nostro tempo, e non da figure imposte dall’estero con la richiesta implicita di modificare i metodi dell’insegnamento religioso.

Ammar Ali Hassan direttore del Centro di Studi e Ricerche sul Medio Oriente, con sede al Cairo
Titolo originale:
التفسير الأميركي الضيق لظاهرة الإره

Uno sguardo al passato...

ISLAM
La civiltà occidentale? Non sarebbe esistita senza l'Islam

Filosofia, matematica, medicina, astronomia... mentre l'Europa si dibatteva nell'oscurantismo la cultura araba fioriva in libertà
E' l'alba di un giorno scuro e piovoso. Un ragazzo si nasconde fra la folla per assistere alla tortura e all'esecuzione del suo maestro, la cui unica colpa è stata quella di avere diffuso le conoscenze sacrileghe e blasfeme degli antichi filosofi greci. Sul rogo, insieme al filosofo, bruciano infatti le traduzioni proibite in un'Europa dominata dalla superstizione e dalla violenza dei signori della guerra che regnano incontrastati. Dopo avere assistito all'atroce spettacolo il ragazzo scappa verso Sud portando con sé alcune opere del maestro, deciso ad abbandonare quelle terre di oppressione e di oscurantismo. Quando finalmente riesce a valicare i Pirenei gli si apre davanti una terra ricca e pacifica, dove le donne discutono alla pari con gli uomini e dove i libri, invece di essere distrutti, vengono conservati nelle biblioteche pubbliche.

Averroè
E' l'inizio de Il destino, un film di qualche anno fa ambientato nei secoli più bui del Medioevo che il regista egiziano Youssef Chahine ha dedicato alla vita di uno dei più importanti filosofi della storia, Averroè, il cui razionalismo influenzò fortemente gli intellettuali occidentali dell'epoca. Dante, fra gli altri, si considerava un "averroista" convinto e l'intero pensiero islamico era una vera e propria boccata di ossigeno fra i cristiani illuminati che mal sopportavano la soffocante cappa di censura e superstizione che era, all'epoca, la caratteristica principale della cristianità. I libri di Averroè venivano contrabbandati, le sue dottrine trasmesse e le sue parole imparate a memoria per non incorrere nelle ire dell'Inquisizione. Spostando il punto di vista come ha fatto il regista, e riportando alla luce la storia rimossa di quei secoli oscuri, si capisce che la religione ha ben poco a che fare con i fondamentalismi di ogni epoca e di ogni latitudine.
Lo spiazzamento del pubblico occidentale nei confronti di un film girato per denunciare il fondamentalismo islamico attuale, non stupisce. Ci hanno insegnato che i secoli che separano la caduta dell'impero romano dal rinascimento sono stati anni di paura e barbarie, ma non ci è stato spiegato che ne siamo usciti unicamente perché siamo venuti in contatto con la civiltà più ricca e più evoluta dell'epoca, appunto l'Islam. Pochi occidentali sanno che, mentre l'Europa veniva spopolata dalle malattie e dalla fame, a Sud fioriva una civiltà che aveva come capitali Baghdad e Damasco, una civiltà cui noi occidentali dobbiamo la salvezza del patrimonio che consideriamo fondativo per la nostra cultura: la filosofia greca. Se gli studiosi dell'epoca di Solimano e del Saladino non avessero fatto propria la grande filosofia antica non avremmo né Platone né Aristotele perché la raffinata rete dei traduttori arabi, attraverso i quali ci sono pervenute le loro opere, non sarebbe esistita. Né, del resto, sarebbe potuta nascere la scienza moderna senza la libertà di studiare e sperimentare concessa ai matematici e agli scienziati arabi, il cui contributo è stato completamente cancellato per fare posto alla propaganda dello scontro fra civiltà.

Nell'ottica di Allah
Beltegeuse, Rigel, Aldebaran, Algol e Sirrah. Le stelle parlano arabo da secoli, da quando scienza, civiltà e tecnologia se ne stavano al di là del Mediterraneo, e i barbari sporchi, ignoranti e poveri che calavano per razziare le ricche città o per emanciparsi attraverso lo studio nelle rinomate università locali, eravamo noi. Per secoli la filosofia, la matematica e la medicina, per non parlare dell'astronomia, della chimica o dell'ottica, sono state islamiche, nel senso che l'Islam ha trasmesso e rielaborato le antiche discipline egizie, babilonesi, indiane e greche, e ne ha fondate di proprie. Un debito, quello nei confronti della scienza islamica, di cui si trovano innumerevoli tracce nel linguaggio stesso di molte discipline moderne che consideriamo, a torto, figlie della superiore "civiltà occidentale" ma che i nostri progenitori riconoscevano appieno, facendo di tutto per procurarsi i testi scientifici degli "infedeli".


L'origine della scienza islamica affonda nei nostri secoli più bui. Gli arabi avevano già preso a studiare il cielo, raccogliendo l'eredità dei greci e degli indiani, già nel VIII° secolo e nell'828 fu costruito a Baghdad il primo osservatorio astronomico del mondo. L'astronomia andava di pari passo con l'ottica e con lo studio della fisiologia dell'occhio: se ne ritrovano tracce nell'origine araba di termini medici come "retina" o "cataratta". L'amore della cultura musulmana per tutto ciò che aveva a che fare con la visione ha indubbiamente radici religiose, ma l'afflato mistico non deve trarre in inganno: la scienza islamica era sostanzialmente empirica - cioè amava sperimentare - e fortemente matematizzata, cosa questa che fa affermare ad alcuni storici che siano stati proprio gli arabi a insegnarci i primi rudimenti della formalizzazione matematica, caratteristica principale della scienza occidentale doc. Ibn Al-Haitham, ad esempio, noto in occidente con il nome di Alhazen, è considerato il massimo esperto di ottica tra Tolomeo e Witelo. L'alta considerazione di cui godeva anche fra i contemporanei non deve stupire: già intorno all'anno Mille Alhazen combinava elaborati trattamenti matematici con i modelli fisici e un'accurata sperimentazione, dando così una svolta empirica all'indagine scientifica, cosa che, in Occidente, avverrà solo dopo cinque secoli.

I calcoli degli astronomi e degli studiosi di ottica arabi furono possibili solo perché gli strumenti matematici erano già altamente sviluppati. L'apporto degli arabi alla scienza del calcolo fu così importante che non se ne è persa memoria e infatti uno dei pochi debiti che gli occidentali non hanno dimenticato è l'invenzione dello zero che rese possibile la nascita del calcolo posizionale, quello in colonne per intenderci. L'introduzione dei numeri indiani - da noi chiamati arabi - e lo sviluppo dell'algebra, fecero il resto. Un nome per tutti è quello del grande matematico del IX° secolo, Al Khwarizmi, che scrisse il Libro del compendio nel processo di calcolo per trasporto ed equazione, più volte tradotto in latino e diffuso in Europa con il nome di Liber Algorismi, una latinizzazione del suo nome da cui deriva il termine "algoritmo".

La medicina

Per secoli la medicina araba è stata talmente più avanzata di quella occidentale da indurre gli stessi crociati a servirsi dei dottori cavallerescamente offerti dal nemico assediato. Gli arabi conoscevano infatti i testi greci di Ippocrate e di Galeno, che l'Europa aveva perduto, insieme alle molte nozioni derivanti dalle teorie e dagli esperimenti degli alessandrini che si erano diffuse nell'Egitto ellenizzato e in Asia minore. L'arrivo in Occidente delle traduzioni di Platone e Aristotele rese accessibile agli studiosi del barbaro Nord anche le teorie dei filosofi e dei medici islamici. Per circa due secoli la filosofia greca è stata infatti studiata nelle versioni arabizzate tratte dai commenti del razionalista Averroè o del mistico Avicenna, i più importanti filosofi dell'Islam, ed è a queste versioni che si riferivano i nostri filosofi. A Bologna come a Parigi gli studenti, ma anche i padri del dogma cattolico come San Tommaso d'Aquino, dovettero piegarsi alla superiorità della sapienza araba del tempo.
Ma Avicenna non era soltanto un filosofo. Mentre nei villaggi nordici che in seguito divennero noti con il nome di Parigi o di Londra, si curavano le malattie con gli incantesimi, nel profondo Sud veniva fondata la medicina moderna. Il Canon medicinae di Ibn Sina, nome originale appunto del grande Avicenna, è stato praticamente l'unico libro di testo degli studenti di medicina per quasi tre secoli e ha continuato, per tutto il Rinascimento, a essere il libro più stampato in Europa. Ma Avicenna è in buona compagnia.

Fu l'arabo Al-Razi a fondare l'ostetricia e a fornire la prima descrizione scientifica del vaiolo e del morbillo - e a prospettare la possibilità di immunizzare i sani attraverso le secrezioni dei malati - mentre Ibn Nafis fu il primo a descrivere il meccanismo della circolazione sanguigna. Tutti nomi ignorati dai manuali di storia della medicina che riportano solo le date - e gli autori - delle ri-scoperte occidentali.
Con le sue grandi intuizioni, come l'ipotesi dell'esistenza dei microbi e i primi esperimenti con i vaccini, la medicina araba era decisamente all'avanguardia nella teoria così come lo era nell'insegnamento e nella pratica. Nelle scuole di medicina islamiche si cominciò a pretendere che gli studenti si misurassero con la pratica clinica oltre che con i testi e per favorire l'apprendistato, oltre che per il controllo delle epidemie, venne abbracciata un'idea del tutto nuova: raggruppare i malati in una struttura dove i medici avrebbero potuto assisterli e gli studenti imparare dalla pratica dei propri maestri.
Venne inventato insomma quello che, per dirla con parole moderne, è il policlinico universitario, che fece la sua comparsa in Europa solo nel diciannovesimo secolo. A Damasco la prima struttura ospedaliera del mondo venne costruita esattamente mille e cento anni prima: nel 707 dopo Cristo, data che lascia un tantino allibiti visto che, a quell'epoca, dalle nostre parti ancora non si pensava nemmeno ai lazzaretti.

Malgrado un'attenzione particolare per l'aspetto psicosomatico che colpisce per la sua modernità, l'approccio medico islamico era sostanzialmente razionalista e si basava su approfondite conoscenze anatomiche che gli europei, a cui non era consentito lo studio dei cadaveri, non potevano avere. Del resto il tabù sulle autopsie rimase valido in tutta la cristianità almeno fino al XVII° secolo e oltre - come testimoniano le rocambolesche "avventure" dei pittori rinascimentali, più note di quelle dei loro contemporanei medici. Ma un'altra caratteristica che rendeva i dottori arabi estremamente efficienti rispetto ai colleghi occidentali, era la possibilità di disporre di una quantità incredibile di sostanze provenienti dagli estesi domini dei califfi - ovvero sali, acidi, alcaloidi ed erbe - che rifornivano il prontuario con una serie di rimedi degni di una moderna farmacia. L'alchimia, da cui trae origine la moderna chimica, era infatti un altro settore particolarmente fecondo della scienza islamica.

A tutta chimica
Lo sviluppo dell'alchimia proviene dall'altro grande filone culturale che si unì a quello greco per dare luogo alla scienza islamica, ovvero le antichissime conoscenze provenienti dall'India e dalla Cina. Nel periodo della sua massima espansione, infatti, l'Islam si estendeva dall'India alla Spagna passando per la Persia, il nord-Africa e la Sicilia. La capitale venne spostata da Damasco a Baghdad dove, grazie alla grande tolleranza culturale del califfo Harum al-Rashid (786-809 d.C.), cominciarono a convergere i saperi e le tradizioni dei popoli conquistati. Sotto il regno dell'Illuminato, come venne chiamato il califfo più volte citato in Le mille e una notte, venne fondata e sviluppata la "Casa della sapienza", ovvero un centro di mecenatismo finanziato dallo Stato che sorgeva intorno a una grandiosa biblioteca inter-religiosa. Nella Casa della sapienza cominciarono ad affluire da tutto il mondo studiosi e religiosi, pensatori e praticanti, in un'atmosfera di libertà intellettuale mai conosciuta prima, e Baghdad diventò per la scienza quello che Atene era stata per l'arte durante l'età di Pericle.

Fu in questo clima che l'alchimia si sviluppò e cominciò a cimentarsi con la produzione di alcune sostanze utili. La chimica islamica, libera dalle condanne e dai pregiudizi religiosi che in Europa la condannarono alla clandestinità fino ai tempi di Newton, a Baghdad ebbe la possibilità di svilupparsi come una scienza e una tecnologia specifica, separandosi molto presto dalle sue origini magiche. Jabir ibn Hayyan, il più famoso alchimista arabo vissuto nella seconda metà del VII° secolo, perfezionò il processo di distillazione dell'alcool (la cui etimologia deriva appunto dalla parola araba "al-ghul"), costruendo nuovi tipi di alambicchi. E' da notare che la preparazione e la produzione dell'alcool a uso medicinale fu consentita, malgrado la ben nota proibizione coranica.
Un altro importante frutto degli esperimenti dei chimici di Baghdad furono i progressi relativi alla fabbricazione della carta, che utilizzarono e migliorarono gli antichi metodi importati dalla Cina. Nel 793 venne fondata a nella capitale una vera e propria fabbrica che, attraverso una produzione semi-industriale, ricavava la carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso mescolate ad allume e colla. E con la produzione della carta su larga scala, ovviamente, la diffusione dei libri nel mondo islamico divenne molto più rapida e immensamente più economica, anche se bisognerà aspettare l'invenzione della stampa in Occidente - più di sette secoli dopo - per arrivare alla possibilità di un accesso davvero universale al sapere scritto.

Sabina Morandi
Roma, 13 aprile 2008
da “Liberazione”

sabato 12 aprile 2008

L'ebrezza del malinteso

La «fatwa alcolica» agita l'Islam

Lo Sheikh Qaradawi approva la «modica quantità». Le repliche: «Così confonde la gente»
Il Corano, in vari versetti (II:219, IV:43, V:90, LII:23), proibisce in effetti il vino in quanto inebriante. «Il giorno in cui morrò sotterrami presso una vite, che le sue vene m'innaffino l'esanimi ossa», scriveva a Bagdad nel IX secolo il grande poeta abbaside Abu Nuwas, noto soprattutto per le sue «odi bacchiche» . E il celeberrimo Omar Khayyam, scienziato e autore delle «Quartine », duecento e passa anni dopo cantava: «Godetevi il vino e le donne, non temete: Dio è compassionevole». Un Dio musulmano (anzi «il Dio», come Allah significa in arabo), che anche oggi — in tempi certo assai meno tolleranti — sarebbe relativamente «compassionevole » con chi vede nell'alcol non solo un simbolo di estasi mistica.

TEOLOGO CONTROVERSO - O almeno così pensa Sheikh Yusuf Qaradawi, controverso teologo egiziano che vive in Qatar (dove ha un programma fisso su Al Jazeera), vicino ai Fratelli musulmani e considerato estremista da molti in Europa (e non solo) ma troppo soft da wahhabiti e salafiti. Respinto poche settimane fa dalla Gran Bretagna (nel 2004 una sua visita aveva creato grandi polemiche, anche per
Sheikh Yusuf Qaradawi (da http:// chromatism.net) l'accoglienza trionfale del sindaco di Londra Ken Livingstone, che lo paragonò a Papa Giovanni), è autore di varie fatwa che hanno fatto molto discutere. L'ultima, di questi giorni, riguarda appunto l'alcol: «Non c'è nulla di sbagliato nel consumare bevande che ne contengano una percentuale minima — ha scritto lo sheikh 80enne sul quotidiano di Doha Al Arab —. In una proporzione di 5 a mille, ovvero lo 0,5 per cento, soprattutto se le bevande vengono prodotte con tecniche naturali, sono halal, permesse ». Quantità quasi ridicole se si pensa che una birra ha come minimo il 3,6 per cento di gradazione alcolica. E infatti Qaradawi — che sul suo sito IslamOnline sforna ogni giorno numerose opinioni (fatwa, appunto) su come interpretare i sacri testi — rispondeva così a chi gli chiedeva la liceità delle bibite energizzanti diffuse ormai ovunque. Alcoliche solo in parte minima, come lo è — tra l'altro — la sobia: una bevanda (di gusto discutibile) fermentata dal grano o dal malto, prodotta artigianalmente da secoli (e ancor oggi venduta tra privati) proprio nelle città sante della Mecca e di Medina. I luoghi, in teoria, più privi di alcol del pianeta. Eppure, quasi quanto i pareri politicamente estremisti di Qaradawi sui kamikaze in Israele («resistenti e martiri») o quelli teologicamente tolleranti sugli sciiti («fratelli di noi sunniti»), anche la fatwa alcolica ha iniziato a creare scompiglio. «Confonderà la gente, sarebbe stato meglio evitarla — ha già scritto Abdullatif Al Mahmud, direttore del giornale di Doha Ash Sharq — E questo perché nè il Corano nè la Sunna (i detti e i fatti di Mohammad) definiscono la "minima quantità" che può essere permessa».

IL CONSUMO «SEGRETO» E' ALTO - Il Corano, in vari versetti (II:219, IV:43, V:90, LII:23), proibisce in effetti il vino in quanto inebriante. Ma nei secoli tale divieto è diventato in molti Paesi (come Arabia, Libia o Sudan) assoluto. In teoria, ovviamente: il consumo «segreto» è alto ovunque. E in altri Stati (come Egitto, Marocco o Libano), la produzione locale di birra e vino non incontra problemi, anzi è in aumento (dalla birra egiziana Stella ai grand cru marocchini). Dopo un periodo «proibizionista» negli anni Ottanta, moltissimi soprattutto tra i giovani sono tornati a bere senza nemmeno nasconderlo. «Il fatto che Qaradawi ammetta una quantità seppur minima d'alcol è un segnale — commenta Paolo Branca, professore di arabo e islamistica alla Cattolica di Milano — Anche i teologi si rendono conto che molti musulmani, soprattutto se vivono in Occidente, hanno serie difficoltà ad osservare norme troppo rigide. La macellazione rituale, ad esempio, non è più così seguita, almeno in Europa ». Ma finora, continua Branca «un vero dibattito tra teologi non c'è stato sull'alcol. E almeno in teoria, «i musulmani si dividono oggi drasticamente tra il no assoluto e il sì». La fatwa di Qaradawi, per simbolica che sia la quantità ammessa, potrebbe ora segnare una svolta.
(da Corriere.it)

Non sono affatto d'accordo con questo articolo poichè fraintende le parole di Qaradawi ed è la dimostrazione lampante d come certa gente sia "ottimista": si parla di bevande che contengono un contenuto infimo di alcool non naturale ma trattato chimicamente, ossia un tipo d alcool che appartiene agli eccipienti della bibita...chi lo assume nn lo fa con l'intenzione d bere! ed è importante capire qst poichè la "modica" quantità nn vuol dire che si autorizzino i musulmani a bere un bikkierino, evitando solo d ubriacarsi..ma ovviamente il voler screditare l'osservanza dei musulmani fa tirare in ballo al giornalista i "consumi segreti". Gli ahadith sono chiari: poco o tanto nn cambia nulla, il peccato resta.E da musulmana mi permetto di dissentire con lo sheykh: si dovrebbe fare di tutto per seguire i precetti del Corano e non solo adattarli alle nostre esigenze. Capisco le sue intenzioni ma lui deve anche considerare che in Europa molti musulmani di II o III generazione nn sn più musulmani convinti e potrebbero travisare le sue parole. Ma Dio sa meglio e quello di Qaradawi è solo un parere giuridico in merito.L'unica cosa che m fa sorridere è ke la stampa prenda ogni sciocchezza x un segnale d apertura...quando la smetteremo di cercare di "indigenizzare" l'islam?

Fede e tradizione

ISLAM: FINI, DIFENDIAMO LA NOSTRA IDENTITA'
"Integrazione vuol dire rispetto delle regole, vuol dire lavorare, pagare le tasse, mandare i figli nelle nostre scuole. Non c'e' dubbio che l'integrazione sia indispensabile. Ma spetta a coloro che hanno una cultura e una religione diversa dalla nostra, in particolar modo per coloro che vengono dall'Islam, occorre il rispetto dei valori della nostra societa'. E' da questo punto di vista che c'e' una sinistra che mostra il suo grave limite culturale. Che e' una sorta di relativismo morale". "Quando si parte dal presupposto che in molti nostri asili - spiega Fini - ci sono quattro, cinque bambini musulmani, hanno il sacrosanto diritto di credere nel loro Dio, e per non offenderli togliamo il nostro Crocifisso. In quel momento scatta il relativismo morale. Loro hanno diritto di credere nel loro Dio, ma noi abbiamo il dovere di essere fieri della nostra identita'"
(da Repubblica.it)

Questo la dice tutta...noi musulmani crediamo in Dio e difendiamo la fede, i cattolici moderni difendono semplicemente la loro tradizione....mi sembra che i musulmani partano un pò avvantaggiati, nn vi pare?!

Integrazione o omologazione?

"Sul Giornale di oggi è uscita una mia intervista all’intellettuale francese Alain Finkielkraut, in gran parte dedicata alla Cina e al Tibet, ma nel finale si parla di Islam e di integrazione. Finkielkraut ha ricordato la frase pronunciata recentemente dal premier turco Erdogan a Colonia, che ha suscitato enormi in Germania, ma che in Italia è passata quasi inosservata. Secondo Erdogan, leader del partito islamico Akp e considerato moderato da molti occidentali, “assimilare gli stranieri è un crimine contro l’umanità“.
Questa la risposta di Finkielkraut, che critica la tendenza a bollare come islamofobica qualunque critica un po’ energica al mondo musulmano: “Io dico che non si tratta di imporre i nostri costumi, ma di esigere il rispetto delle norme sancite dalle democrazie europee: parità tra uomo e donna, no alla sottomissione, no ai matrimoni forzati. Questi sono principi non negoziabili. Non è islamofobia “sottomettere” le popolazioni musulmane al rispetto dei diritti dell’uomo e far valere le regole della civiltà europea“. Ha ragione Finkielkraut, occorre obbligare gli islamici immigrati in Occidente? O bisogna rassegnarsi alle idee di Erdogan, che rivendica il diritto di vivere in un Paese senza adeguarsi alle sue regole civiche e dunque senza vera integrazione, come in fondo propone il comunitarismo?"

(dal Blog di Marcello Foa)

La risposta a questa domanda è molto complessa. Ciò ke sfugge a Finkielkraut è che quello a cui lui stesso si riferisce non è l'Islam, ma solamente le tradizioni più o meno tribali dei popoli che lo praticano e che troppo spesso si sostituiscono alle norme islamiche tout court.Per cui a nostro avviso non si può partire da questi fenomeni x impostare un discorso serio sull'integrazione islamica: mai l'islam ha ammesso quelle cose, che oltretutto appartengono alla sfera personale dell'individuo....che danno ne avrà mai lo Stato se i genitori scelgono un marito alla figlia? è qst un altro grande limite di molti politici o critici dell'Islam: non conoscono seriamente ciò di cui parlano, o meglio non conoscono il diritto islamico nè i testi e si fissano su aspetti marginali come il velo o i matrimoni combinati, strumentalizzandoli a dovere.

A nostro avviso, ciò che i politici dovrebbero esigere è SOLO il rispetto delle leggi dello stato ocidentale in cui il musulmano vive, non adducendo pretesti che fanno capire quanto più ke alla legalità mirino all'omologazione. Che in Italia il niqab sia bandito potrebbe essere comprensibile(benchè qst proibizione si basi su leggi che riguardano tutt'altre questioni e contingenze storiche) ma che la Santanchè sostenga di voler vietare il velo alle minorenni è una baggianata, un'intrusione bella e buona in usanze culturali altrui. Dal lato opposto, come ha sostenuto di recente Tariq Ramadan, i musulmani in Europa non dovrebbero fissarsi a ottenere cose di cui NON hanno bisogno: se ad esempio l'Islam sostiene a chiare lettere che è giusto che una donna mostri il viso, non si capisce xkè in UK molte ragazze si ostinino a portare la copertura integrale anche a costo d sfidare le istituzioni, come non si capisce perchè in Italia alcune associazioni islamiche propugnino la legalizzazione della poligamia o il ricongiungimento multifamiliare....se lui sa d non poter portare la moglie nel posto in cui vive, non ha senso sposarla ed anche l'Islam lo sconsiglia.

La risposta più ragionevole alla domanda suddetta pare quindi essere: è giusto che gli immigrati rispettino le leggi del paese che li ospita, ma queste non devono necessariamente intromettersi nella sua sfera privata. Se io musulmana non mi copro il viso ma solo i capelli, faccio sì che la mia religione nn intralci il mio lavoro e pago le tasse, ciò che faccio a casa mia nn deve interessare allo Stato: devo quindi poter digiunare, pregare 5 volte, trovare un marito a mia figlia(col suo consenso ovviamente), mandare aiuti ai civili palestinesi etc... . Nel momento in cui lo Stato inizia ad intromettersi in quello, vuole dire che più che INTEGRARMI(sono italiana, ma parlo in generale) sta cercando di OMOLOGARMI ed a quel punto è mio diritto se non mio dovere dissentire!

lunedì 7 aprile 2008

Dove va l'Europa??

Profanate tombe islamiche in Francia: condanna di Sarkozy

Nella notte 148 tombe islamiche del cimitero militare di Notre Dame de Lorette, nel Nord della Francia, sono state profanate. Lo ha rivelato il responsabile del museo di cui fa parte il cimitero ricordando che gia' un anno fa c'era stato un analogo episodio. Sono state tracciate delle scritte con vernice nera che insultano l'islam e in particolare il ministro della giustizia Rachida Dati, che e' di origine maghrebina. Inoltre una testa di maiale e' stata appesa a una delle tombe. Solo quelle dei musulmani sono state imbrattate. Il cimitero e' dedicato ai caduti della prima guerra mondiale. Sia il presidente francese Nicolas Sarkozy sia il primo ministro Francois Fillon hanno reagito con sdegno alla notizia. In un comunicato della presidenza si parla di atto inammissibile di razzismo che e' un insulto alla memoria di tutti gli ex combattenti. Analoghe le espressioni di sdegno di Fillon.

(da Rainews24)

martedì 1 aprile 2008

E se fossero i cristiani ad essere i provocatori?

Have you noticed that Europe is issuing new provocations to Islam, and that Muslims are reacting so far with calm? Dutch politician Geert Wilders is promoting a film he says will prove his belief that "Islamic ideology is a retarded, dangerous one." A Danish newspaper republished one of the caricatures of the Prophet Muhammad last month, after the arrest of a man purported to be plotting to kill the cartoonist. Most troubling was the pope's decision to baptize the Egyptian journalist Magdi Allam in St. Peter's on the night before Easter, thus converting a famously self-hating Muslim into a self-loving Christian in the most high-profile setting possible.

Yet so far the main reaction to the pope was dismay from the 138 Muslim scholars of the new Roman Catholic-Muslim forum for dialogue, who said the "spectacle" of Allam's baptism, "with its choreography, persona and messages, provokes genuine questions about the motives ... and plans of some of the pope's advisers on Islam."

There are deeper signs of moderation, too. In Turkey, the ruling AK Party is supporting theological scholarship intended to modernize—and moderate—traditional Islamic teachings. In Lebanon, Ayatollah Mohammed Hussein Fadlallah, once known as the spiritual leader of Hizbullah's suicide bombers, now counsels the faithful to respond to Western "aggressions" through cultural and legal means. Saudi Arabia's King Abdullah has fired 1,000 of the official Muslim prayer leaders and decreed that the 40,000 who remain must be retrained to make sure they are not stoking radical violence.

The pope previously angered Muslims by quoting a medieval emperor who called Islam "evil and inhuman." The Vatican newspaper L'Osservatore Romano said Allam's baptism emphasized "in a gentle and clear way religious freedom." Some at the Vatican hinted that Benedict didn't know how angrily Muslim scholars would react to his embrace of Allam, who has made a career writing about Islam as a faith that terrorizes. Yet even Bishop Paul Hinder, the Vatican's representative in Arabia, says local Christians took him aside at Easter services and asked why the baptism "had to be done in such an extraordinary way."

Allam says he hopes his public conversion will help others to speak out, and praised the pope's "message to a church that, up to now, has been too prudent in converting Muslims." The more probable scenario is that Christians in the Muslim world will feel even more vulnerable, while Allam's Muslim-bashing books will climb Europe's best-seller lists. A Muslim explosion would only further boost sales


Pope Benedict XVI, an exiled Egyptian journalist, a bleach-blond Dutch parliamentarian and Danish cartoonists all have something in common with a Teddy bear named Mohammed. They have been at the center of that seething storm called Muslim rage in the last few months, and, with the exception of Mohammed T. Bear, they appear to be testing that anger to see if it will erupt … yet again.

If it does, the crisis could peak just as Benedict begins his visit to the United States in mid-April. As he preaches world peace before the United Nations, once more we'll witness scenes of books and flags and effigies burning in the world of Muslims. If precedent holds, rioters may die in Kabul, a nun could be murdered in Somalia, a priest might be gunned down in Turkey. All this is all too predictable, as provocateurs like the peroxide blond must certainly know.

And yet, this time the shockwaves may amount to nothing more than ripples. If the satellite networks allow their lenses to zoom back from the book burners, they may discover there's no raging crowd there, just the usual collection of unemployed malcontents on any street in Karachi. And what is most important, we may find that the Muslims of this world are just as weary of this sorry spectacle—maybe even more so—than the Christian, Jewish and secular publics in the West.

There are several signs of change, and not always from the usual suspects.

In Turkey, the once militantly secular government is now dominated by the AK Party, which has Islamic roots and recently passed a constitutional amendment that ended the ban on women wearing Muslim headscarves at state universities. Yet the same government is supporting theological scholarship intended to modernize—and moderate—traditional Islamic teachings. An initiative run out of the prime minister's office is re-examining interpretation of the Qur'an itself as well as the Hadith, or sayings of the Prophet. Fadi Hakura, an expert on Turkey at Chatham House in London, recently told the BBC, "This is kind of akin to the Christian Reformation. Not exactly the same, but if you think, it's changing the theological foundations."

In Lebanon, Ayatollah Mohammed Hussein Fadlallah once was known as the spiritual leader of Hizbullah and of its suicidal shock troops, who blew up American Marines and diplomats in Beirut in the early 1980s. Today, instead of calling the faithful to arms in response to perceived Western insults, Fadlallah calls on Muslim intellectuals, elites and religious scholars to work through the media and political organizations as well as "legal, artistic and literary" channels.

Fadlallah tells the faithful that the goal of Westerners who commit "aggressions against the Muslim world's sacred symbols" is to create a rift between Muslims and Western societies—and to isolate those Muslims who live in Western societies. He decries those Muslims he calls takfiri who claim they are fighting heresy with violence. He says they play into the hands of Islam's enemies. He even calls for "a united Islamic-Christian spiritual and humanitarian front."


In Saudi Arabia, King Abdullah was pushing an agenda of political and religious moderation even before he assumed full control of the country in 2005. The kingdom still holds to the ultraconservative Sunni religious dogmas known as Wahhabism, and the monarchy's legitimacy is tied to its custodianship of Mecca and Medina, the two holiest sites in Islam. That won't change. But Abdullah has fired 1,000 of the Muslim prayer leaders on the government payroll and decreed that the 40,000 who remain must be retrained to make sure they are not stoking radical violence.

Yes, there may be less here than meets the eye. When I talked to Hakura on the phone Wednesday morning, he cautioned that the Turkish rethink of Islam is rooted in national traditions and might be a hard sell in the Arab Middle East. Fadlallah may be enthusiastic about reconciliation with Christians, but on his Web site he still presents himself as an implacable foe of what he calls Israel's "Zionist project that is based on violence, arrogance and despise [sic] of other countries." A highly placed Saudi friend assured me the other day the so-called "retraining" of Saudi Arabia's retrograde imams really would be more like "a dialogue" to discuss the best ways to preach.

Islam, like any faith, has plenty of violent fools and fanatics. Certainly it is hard to credit the judgment or intelligence of anyone in Sudan connected with the arrest of British expatriate schoolteacher Gillian Gibbons a few months ago. You'll recall she made the nearly fatal mistake of letting her class of seven-year-olds in Khartoum name a Teddy bear Mohammed. To the kids, many of whom were named Mohammed themselves, the name just sounded friendly and cuddly. Sudanese authorities claimed Gibbons was inciting religious hatred and insulting the Prophet. Eventually she apologized and they released her—against the wishes of the mob calling for her death.

But even with many qualifications and reservations, in my view the conciliatory trends in Islam make an interesting contrast with renewed provocations coming out of Europe.

There's no use wasting much space on the Dutch parliamentarian Geert Wilders, the dyed blond with ugly roots who is promoting a film he says will prove his belief that "Islamic ideology is a retarded, dangerous one." What to say about a politician reminiscent of Goldmember in an Austin Powers film who claims the Qur'an should be banned like Adolph Hitler's "Mein Kampf"? No Dutch television network will show his little movie, so he released it on the Internet this week, reportedly drawing 2 million page views in the first three hours. The general reaction in Holland thus far has been little more than shoulder shrugging.

Danish cartoonists and editors previously unknown to the wider world garnered international attention when they published caricatures of the Prophet Muhammad in 2005 that brought on bloody riots in several Muslim countries in 2006. Having sunk once again into obscurity, the editors decided to publish one of the cartoons again last month, reportedly after the arrest of an individual plotting to kill the cartoonist. Great idea. Take one man's alleged crime and respond with new insults to an entire faith.

The most problematic event of late, however, was Pope Benedict's decision to baptize the Egyptian journalist Magdi Allam in Saint Peter's on the night before Easter, thus converting a famously self-hating Muslim into a self-loving Christian in the most high-profile setting possible. Perhaps Benedict really thought, as the Vatican newspaper L'Osservatore Romano opined, that the baptism was just a papal "gesture" to emphasize "in a gentle and clear way religious freedom." But I am not prepared to believe for a second, as some around the Vatican have hinted this week, that the Holy Father did not know who Allam was or how provocative this act would appear to Muslim scholars, including and especially those who are trying to foster interfaith dialogue.

Ever since 2006, when Benedict cited a medieval Christian emperor talking about Islam as "evil and inhuman," and the usual Muslim rabble-rousers whipped up the usual Muslim riots, more responsible members of the world's Islamic community have hoped to restore calm and reason. And now this. "The whole spectacle, with its choreography, persona and messages provokes genuine questions about the motives, intentions and plans of some of the pope's advisers on Islam," said a statement issued by Aref Ali Nayed, a spokesman for 138 Muslim scholars who established the Catholic-Muslim Forum for dialogue with Rome earlier this month.

Bishop Paul Hinder, the Vatican's representative in Arabia, was reluctant to criticize the pope, of course, but when I reached him in Abu Dhabi Wednesday morning he clearly had reservations about the way Allam was received into the Church. He said that local Christians took him aside at Easter services and asked him "why it had to be done in such an extraordinary way on a special night." Hinder contrasted Allam's conversion to Catholicism with former British prime minister Tony Blair's, which "was done in a private chapel."

"What I cannot accept is if it is done in a triumphalistic way," said Hinder. That is, if Allam were not declaring only his personal beliefs but intentionally demeaning the faith of Muslims. Yet it is hard to read the spectacle of his conversion otherwise, because that's exactly the tone in which Allam writes. He has made his career portraying Islam as a religion that terrorizes. Allam says he has lived in hiding and in fear for years because of reaction to his columns in the Italian newspaper Corriere della Serra, which regularly denounce excesses by Muslims and praise Israel. Allam converted to Catholicism, he says, as he turned away from "a past in which I imagined that there could be a moderate Islam." Speaking as if for the pope, Allam told one interviewer in Italy, "His Holiness has launched an explicit and revolutionary message to a church that, up to now, has been too prudent in converting Muslims." A Vatican spokesman says Allam was not speaking for the pope.

Allam claims he is hoping his public embrace of Catholicism will help other converts to speak out in public. But that hardly seems likely. The more probable scenario is that others will feel even more vulnerable, while Allam's books, like many Muslim-bashing screeds that preceded them, climb the best-seller lists.

Unless—and this really would be news—the Muslim world just turns the page.


(da www.newsweek.com)

domenica 30 marzo 2008

Parole sante!

Islamofobia
di Giovanni Sarubbi

L’islamofobia ha superato oramai da tempo il livello di guardia. Se durante una trasmissione televisiva si permette che qualcuno definisca “bestie” gli appartenenti alla religione islamica senza che questo scateni alcuna reazione fra il pubblico in studio o da parte dello stesso conduttore, significa che tutto è possibile, anche il passare alla violenza più bruta. E purtroppo azioni violente nei confronti di singoli musulmani o di centri islamici ne sono già avvenute molte, ultimo quello contro la moschea di Abbiategrasso, nell’hinterland milanese contro cui è stata lanciata una molotov lo scorso 24 ottobre. L’islamofobia è una forma di razzismo religioso che si manifesta in molti modi e che si connota spesso anche di xenofobia, cioè l’odio per gli stranieri. Finora abbiamo potuto registrare nel nostro paese attacchi islamofobi che hanno riguardato la questione delle donne con annessa questione del velo, l’opposizione alla costruzione delle moschee, al modo di vestire, alla lingua araba, che è la lingua del Corano, al digiuno del mese di Ramadan, alla cosiddetta questione della reciprocità, alla poligamia che oramai non viene più neppure praticata nei paesi a maggioranza musulmana. Non mancano poi, come succede in tutte le forme di razzismo, gli attacchi alla “sporcizia” di cui sarebbero portatori i musulmani, al loro “cattivo odore”, o al considerarli degli esseri subumani e quindi indegni di far parte del genere umano.L’aspetto forse più grave è, ancora, quello dell’associazione della parola “islam” alla parola “terrorismo”, con lo stravolgimento voluto di termini quali “jihad”, tradotti sempre come “guerra santa” cosa che è ben lontana dal significato vero del termine che è invece “sforzo” e che per un musulmano significa "impegnarsi sulla via di Dio". “jihad”, che è una parola che non contiene alcuna implicazione di natura violenta o aggressiva, viene fatta passare come l’esatto suo contrario con gli islamici e gli stranieri in genere responsabili di omicidi, furti, rapine, o di quella che è stata chiamata l’emergenza “sicurezza”, con il caso dei lavavetri di Firenze elevato a paradigma di come si dovrebbe affrontare il “problema”, con la cosiddetta tolleranza zero ed i sindaci italiani improvvisamente diventati sceriffi americani. C’è poi la diffusione di idee false su “Allah”, che sarebbe “un Dio diverso da quello cristiano”, o su ciò che il Corano dice su Gesù, su sua madre Maria e sui Vangeli, o sul fatto che i musulmani non rispetterebbero i simboli cristiani quali “la croce” o “il presepe”. Nessuno dice che Gesù e Maria sua madre sono grandemente rispettati e amati dai musulmani.Ma islamofobia è sicuramente anche il mettere i musulmani oltre che contro i cristiani anche contro gli ebrei, cercando di addossare ai musulmani quell’antisemitismo di cui essi nella loro storia non sono mai stati promotori. Il tutto fidando sul fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani non ha letto né il Corano e neppure la Bibbia e scarse sono le conoscenze delle realtà culturali e sociali da cui provengono i musulmani migranti che si sono stabiliti in occidente. Ma islamofobia è anche violare le tombe nei cimiteri musulmani, o costringere bambini musulmani a compiere riti tipici della religione cattolica, quali baciare statuine di santi, o costringerli a studiare come se fossero cattolici, o impedire che nelle scuole si possa parlare di tutte le religioni, anche dell’islam, e non solo di quella “cattolica romana”. Islamofobia è anche schierarsi contro i cosiddetti “matrimoni misti”, fra cristiani e musulmani, riesumando quanto era previsto nelle famigerate leggi razziali del ventennio fascista che proibivano il matrimonio fra ebrei ed “ariani”. E’ mutata la religione da attaccare ma la sostanza è la stessa. Nessuno sa, ovviamente, che una delle mogli del profeta Muhammad era cristiana ed è rimasta tale fino alla morte.I promotori della campagna islamofoba sono da ricondurre ai partiti dell’area di destra, neofascisti e neonazisti, che si appoggiano sulle frange più estreme e conservatrici delle chiese cristiane, soprattutto quelle di origine nord-americane, i cosiddetti evangelicali, gli stessi che si impegnano nelle battaglie contro gli omosessuali o che hanno sostenuto e sostengono la segregazione razziale fra bianchi e neri. La tradizione continua!Ma anche nella stessa chiesa cattolica non mancano gli islamofobi, nonostante i ripetuti viaggi e incontri di Giovanni Paolo II nei paesi musulmani. Basti citare fra tutti il card. Biffi e la curia bolognese che, ancora oggi, sono coloro che, per esempio, si oppongono a gran voce alla realizzazione di una moschea a Bologna. Proprio Biffi è stato il promotore nel 2000 di un documento della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna contro l’islam che è servito di copertura ideologia agli attacchi islamofobi. Sul piano culturale la più famosa islamofoba è stata la defunta Oriana Fallaci che è arrivata a minacciare di far saltare con le bombe una moschea, quella di Colle Val D’elsa, se la si fosse realizzata. Ma andiamo con ordine. Cercheremo di affrontare i vari aspetti indicati più in dettaglio sottolineando però subito come sia estremamente negativo il ruolo che i mass-media svolgono nel diffondere i pregiudizi islamofobi. Un esempio di islamofobia giornalistica è certamente quella del giornalista Magdi Allam che usa il Corriere della Sera come tribuna per le sue campagne tendenti a seminare la paura del musulmano.La questione delle donneLa questione della violenza sulle donne islamiche è la più gettonata dagli islamofobi. Ci sono oramai alcune “squadre di propaganda” ben organizzate composte di sole donne, tutte di destra, che conducono un attacco sistematico su tale questione e che si avvalgono anche di qualche donna di origine nordafricana occidentalizzatasi in freatta. Le donne musulmane sarebbero tutte picchiate e violentate dai loro mariti e/o padri o fratelli. Esse non avrebbero alcun diritto, delle vere e proprie schiave. E’ chiaro che una simile rappresentazione della realtà sia dei paesi islamici, sia delle stesse comunità di migranti che vivono in Italia è del tutto inventata. E’ anzi vero il contrario, stando alle statistiche ufficiali degli organismi internazionali che verificano le questioni riguardanti i diritti umani. E’ il mondo cosiddetto occidentale e “cristiano” a detenere il record assoluto di violenze, stupri, omicidi sulle donne di qualsiasi età e ceto sociale. In Italia, ad esempio, non c’è praticamente donna che nella sua vita non abbia ricevuto una qualche forma di molestia sessuale più o meno grave. I singoli casi di cronaca riguardanti immigrati di religione islamica, su cui le squadre di propaganda si sono buttate a corpo morto, stanno li a testimoniare che si tratta di eccezioni e non della regola, frutto di leggi tribali più che della religione islamica, al pari di quelle “leggi dell’onore”, spesso ancora imperanti, in molte regioni della nostra Italia.Si cita anche spesso la questione della infibulazione che con il Corano non c’entra nulla e che affonda in tradizioni tribali millenarie, tanto che viene praticata in Africa anche dalle comunità convertite al cristianesimo senza che nessuno accusi il cristianesimo di sostenere tali pratiche. Il Velo ed il vestiarioLa questione del velo portato dalle donne islamiche fa parte integrante della campagna islamofoba contro le donne. Le donne sarebbero libere ed emancipate se (s)vestono come le “veline” televisive, che girano praticamente nude, mentre sarebbero schiave se scelgono liberamente, come fanno del resto le stesse suore cattoliche, di coprire il loro corpo ed il loro capo come segno della propria religiosità e del rifiuto di essere considerate “oggetti sessuali”. La cosa incredibile di questa campagna è che anche molte femministe cadono in tale trappola, mentre sono molte le donne italiane che si sono convertite all’islam proprio perché gli stereotipi occidentali continuano, vedi “veline”, a propagandare l’idea della donna “oggetto sessuale” e soggetta a tutte le violenze possibili, come i dati diffusi dallo stesso governo italiano dimostrano. La cosa incredibile della questione del velo è che nessuno pone la stessa questione alle chiese pentecostali o evangelicali italiane che impongono alle donne membri di tali chiese il velo durante le loro celebrazioni religiose.La costruzione delle moscheeAltro terreno di battaglia degli islamofobi è quello della opposizione alla costruzione delle moschee. Molto impegnati su tale fronte sono gli esponenti neonazisti di Forza Nuova. I casi più clamorosi sono quelli di Genova Cornigliano o di Bologna. A Cornigliano si è usato anche un prete ultratradizionalista per impedire la costruzione della moschea nonostante la sconfessione del Vescovo di Genova. La lega Nord ha lanciato l’idea del “maiale day”, cosa praticata già in altri luoghi, portando maiali a urinare sul terreno dove avrebbe dovuto sorgere una moschea. A Bologna, durante un’assemblea ripresa dalla TV di stato, uno degli organizzatori del no alla moschea ha definito i musulmani bestie. La questione della reciprocitàLa questione della reciprocità è quella che di solito viene sollevata per opporsi alla costruzione di una moschea. “Faremo costruire la moschea quando loro nei paesi musulmani ci faranno costruire le nostre chiese”. Poi si scopre che i paesi arabi sono pieni di chiese cristiane frequentate dai cristiani locali che spesso sono fedeli al Papa. E’ il caso dell’Iraq, della Siria, della Giordania, dell’Iran ma ciò vale per tutti i paesi musulmani. Ed è proprio nei paesi a maggioranza musulmana che esistono le più antiche chiese cristiane, come i Copti, o i Maroniti, o i Caldei. Nessuno ovviamente dice che nel Corano il profeta Muhammad ha chiesto ai propri seguaci di dialogare con cristiani ed ebrei, le cosiddette “genti del libro” con riferimento alla Bibbia.La lingua arabaPersino la lingua araba viene usata per incutere terrore nella gente. “Parlano arabo, quindi stanno tramando un attentato terroristico”, questo viene detto esplicitamente dalla destra fascista che cavalca l’islamofobia e la xenofobia. Gli Imam, sentenziano, devono tenere i loro sermoni in lingua italiana. In alcuni comuni si è persino impedito l’attivazione di corsi di arabo per i bambini delle scuole elementari di origine marocchina. E’ come se ai nostri connazionali emigrati negli Stati Uniti qualcuno avesse proibito ai genitori di insegnare la propria lingua materna ai propri figli.Altrettanto zelo gli islamofobi non lo hanno dimostrato nei confronti della stessa chiesa cattolica che ha riesumato il latino nelle sue celebrazioni liturgiche. Ma mentre la stragrande maggioranza degli italiani non capisce nulla di latino, la stragrande maggioranza dei musulmani italiani la lingua araba la comprendono e la parlano perfettamente perché è la loro madrelingua ed è del tutto normale che gli imam tengano i loro sermoni nella loro lingua madre. Sermoni poi tradotti simultaneamente per i musulmani di madrelingua italiana.Il digiuno del mese di ramadanUno degli attacchi più sconsiderati che ci è capitato di leggere è stato quello contro il digiuno del ramadan. Certo per chi è abituato all’ingordigia da cui siamo oramai sommersi, è difficile comprendere la logica del digiuno che fa anche parte della tradizione cristiana ed ebraica. Pur di screditare l’islam si è arrivati a dire che in realtà è tutto falso, tutta apparenza. Secondo i denigratori l’arrivo del Ramadan infatti, coinciderebbe “con abbuffate generali notturne, lunghe dormite di giorno e sfoghi sessuali di notte”. Neppure i bambini sono stati risparmiati per denigrare il ramadan. E’ successo come al solito a Milano dove un preside di una scuola ha rimandato a casa i ragazzi musulmani che effettuavano il ramadan con la motivazione che il digiuno del Ramadan sarebbe un «sacrificio troppo grosso per un bambino di otto anni», violando in tal modo uno dei diritti fondamentali dei genitori che è quello di dare ai propri figli l’educazione, anche religiosa, che meglio ritengono opportuno. E saltare un pranzo non ha mai fatto male a nessuno.Islam=terrorismo=delinquenza comuneL’associazione del termine islam con quello di “terrorismo” ha raggiunto oramai livelli parossistici. E non si tratta solo di come vengono per esempio date le notizie nei telegiornali o sulla carta stampata. Dagli Stati Uniti arrivano oramai da anni sui nostri schermi decine di serie televisive che hanno come soggetto la lotta al terrorismo islamico. Al Qaeda è l’organizzazione terroristica più citata in questi filmetti spazzatura: la realtà si fonde con la fantasia ed il telespettatore non sa se sta vedendo un film, quindi un’opera di fantasia, o sta partecipando direttamente alla realtà. In molti film si sono affrontati addirittura le questioni del carcere di Guantanamo, o le torture inflitte agli iracheni nelle carceri di Abu Graib. In molti film è comparso lo stesso presidente Bush che ha interpretato il ruolo di presidente degli Stati Uniti attaccato dai terroristi e salvato dagli eroici militari di turno. In tutti i casi il bene sta dalla parte dell’occidente-USA ed il male dalla parte dell’islam, tutto associato ad Al Qaeda.Nessuno dice poi che tutti i musulmani italiani arrestati con l’accusa di terrorismo, con grandi enfasi medianiche al momento del loro arresto, sono poi stati tutti assolti e scarcerati per assoluta mancanza di indizi, mettendo a nudo il vero scopo delle retate che non era quello di arrestare terroristi ma quello di terrorizzare pacifiche comunità di musulmani migranti, con alle spalle molto spesso storie di miseria infinita, la cui responsabilità ricade proprio sulle opulente società occidentali.Ed il passaggio dall’essere terroristi all’essere etichettato come delinquente comune è breve, salvo poi a scoprire che la maggioranza dei reati nel nostro paese la commettono ancora “italiani doc”, compresi gli omicidi e le violenze alle donne o le rapine in villa. Solo le carceri sono piene di migranti che, per il fatto di essere migranti, non hanno alcuna tutela e su cui è perciò facile scaricare, da parte della criminalità organizzata, la responsabilità di reati i cui beneficiari sono tutti “italiani doc”. Per concludereCi sarebbe ancora molto da scrivere sul tema dell’islamofobia. Ma ci preme concludere con una nota di speranza. Nonostante tutto quello che abbiamo descritto finora, da sei anni nel nostro paese si porta avanti l’esperienza della “giornata ecumenica del dialogo cristiano islamico”, promossa da una serie di giornali e associazioni cristiane e non, che si celebra nell’ultimo venerdì di ramadan e la cui sesta edizione si è tenuta lo scorso 5 ottobre 2007 e di cui è punto di riferimento nazionale il sito www.ildialogo.org. Un centinaio di iniziative in tutta Italia, anche quest’anno, hanno detto con chiarezza che solo con il dialogo e la pace questa nostra umanità potrà avere un futuro. Ed è questa la speranza che siamo impegnati a costruire giorno dopo giorno.

Rigrazio questo bravo giornalista e la sorella che mi ha segnalato questo articolo. Benchè nè io nè altri amiamo gridare all'islamofobia così come i neocon gridano all'invasione, nn si può negare che l'islamofobia ci sia, è dovere di tutti noi combatterla sia x noi stessi che x i nostri figli. è importante che gli altri capiscano che chi la combatte nn è un "terrorista" ma semplicemente una persona che vuole rispetto ma che anche deve darlo...come noi ci impegnamo a ripettare la legge italiana così gli italiani devono imparare a rispettare il nostro credo, è l'unica via possibile x una convivenza ormai inevitabile!

Panegiristi di Magdi?!

Ecco l'ennesimo articolo ed il relativo commento di un fratello apparsi su www.stranieriinitalia.it con cui sper di poter mettere una pietra su a questa disgustosa commedia che tuttavia suscita in me curiosità ed ilarità.


Magdi Cristiano, quel ponte che non c’è più


Chi verrà dopo di noi leggerà nei libri di storia (ahahahahah)di un piccolo uomo musulmano che entrò nel Cristianesimo il giorno di Pasqua, per mano diretta del Papa, usando le parole di fuoco di chi ha scoperto “il vero e unico Dio della Fede e della Ragione”; leggerà che sull’altare del battesimo quell’uomo abiurò un altro dio, il dio che innaffia “la radice del male insita in un islam che è fisiologicamente violento e intrinsecamente conflittuale”. ”Per me è il giorno più bello della vita” - dice Magdi Allam - nel mio piccolo è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile”. Ma nulla è stato trascurato per rendere quel “mio piccolo” grandissimo e universale; per trasformare quel fatto così personale in un fatto-chiave della Storia del nostro tempo. Persino il nome cambiato: Magdi Cristiano Allam, come Cassius Clay che diventò Mohammed Alì, come tutti coloro che vogliono dare alla propria conversione il marchio di un’epoca che cambia. Gli accenti di sincerità di Allam sono intensi, a tratti commoventi. Ci restituiscono la grandezza della cultura cattolica, tanto spesso dimenticata o sepolta dal conformismo. Al di fuori del recinto di polemiche che la rimpiccioliscono, la religione di Allam, la “nostra” religione, è quella della “vita, della verità e della libertà”; è la religione in cui il rispetto dell’altro, “sempre e comunque persona”, fa da perno a tutta l’esistenza. Ma se usciamo dal percorso personale, che né Magdi Allam né il Pontefice hanno voluto che restasse intimo e privato, è come se il messaggio della “conversione in diretta tv” lasciasse un immenso spazio vuoto e desolato: è lo spazio dell’incontro e della fusione tra le storie più vive dei popoli, il contatto fertile fra le grandi religioni monoteiste che Papa Woityla inseguì fino all’ultimo istante della sua vita. E’ un ponte che si spezza, come quello di Mostar che nella guerra di Bosnia collegava i cattolici ai musulmani e ne rappresentava la felice convivenza, e proprio per questo fu bombardato. Un ponte che si spezza, ma anche qualcosa di più. L’idea insita nella conversione-spettacolo è che il dilemma dell’uomo del ventunesimo secolo sia di scegliere il suo Credo, oscillando fra i diversi linguaggi del Divino, errando nella tenebra fino all’incontro con la Luce. In realtà l’uomo del nostro tempo ha raramente il dono della certezza assoluta. E’ un viaggiatore smarrito, che naviga – o più spesso galleggia – nel dubbio e nella paura. Con il Magdi Cristiano Allam battezzato da Papa Benedetto XVI ha vinto la Fede, una fede forte come un albero millenario, vigorosa come la voce del Padre. Ma tanti figli di quello stesso Padre hanno una fede molto più fragile e minuscola, e hanno bisogno di una mano tesa e non di una pagella severa. Per loro non ci sono solo il grande buio e la mirabolante luce. C’è il chiaroscuro di un cammino accidentato e tutto in salita. Magari sono figli della Roma cristiana che non sanno più afferrare il senso etico della vita e la forza di credere nel futuro. Oppure sono figli di altre terre che hanno nel cuore la Palestina perduta, il deserto del Marocco o i limoni del Libano; non necessariamente sudditi della Sharìa, feroce legge umana voluta dall’uomo per sottomettere l’uomo. Magdi Allam e Joseph Ratzinger sono due grandi protagonisti della nostra epoca; nei loro diversissimi ruoli sono il segno di un Occidente che crede di nuovo in se stesso. Il giorno di Pasqua hanno celebrato la loro fede e la loro felicità. Ma oltre quel rito c’è sempre un ponte che va ricostruito, c’è la casa cristiana dove accogliere l’umanità incerta e pericolante che vive cercando il Dio che non ha.

Risposta del fratello Abdallah:

No, all'intolleranza
Signor Talamo Io sono un musulmano praticante e Le devo dire che non condivido né lo spirito né la lettera del suo articolo. Nel commentare la conversione di Magdi Allam, Lei commente alcuni errori di fondo e cade in contraddizione con i valori che vorrebbe alzare come una bandiera che porrebbe la sua fede come superiore a quella di chi non la professa, dimostrando una evidente intolleranza degna del peggior fondamentalismo. Provo ad evidenziare alcuni tratti del suo pensiero su cui dissento: 1)Lei inizia il suo scritto raccontando della conversione di Allam come di un "abiurare un altro dio" (scritto in minuscolo!). Noto solo che a nome della libertà religiosa e del rispetto della diversità, abiurare la diversità fosse un altra fede è sempre un'intolleranza rispetto a chi vive questa diversità. 2)Nel secondo capoverso, con toni trionfalisti di chi pensa di aver vinto una battaglia, Lei dice della grandezza della sua verità e erige a universalità quell'atto individuale e ancora di più come "fattore chiave della Storia" nostro tempo. 3) Lei attribuisce alla conversione di Allam un valore forse eccessiva di rivelazione della Verità! Se così è mi domando e le pongo la domanda di sapere che valore attribuisce alle migliaia di conversioni che ogni anno vedono dei cristiani abbracciare altre religioni (Islam, Ebraismo e Buddhismo). Non le viene il sospetto che forse questi atti ci raccontano solo di scelte personali? Oppure il vivere privatamente un atto così intimo non ha valore? Non penserà mica che è la copertura mediatica che dà valore di universalità? Forse pensa che Allam è portatore di una nuova rivelazione della verità universale? 4)Nel corpo centrale del suo ragionamento sulla conversione-spettacolo, lei fa un discorso molto confuso. Reclamizzi un vuoto di spazio per l'incontro, racconti di un dilemma dell'uomo rispetto alla fede come se fosse un dubbio amletico! E poi ci dici che con il Battesimo di Allam è la soluzione del dilemma dell'uomo e che "restituisce la verità sulla Fede" (con la F maiuscola!), "una fede vigorosa come la voce del Padre". Poi il giudizio sulla Sharia come "feroce legge umana per sottomere l'uomo" è una chicca di falsità ideologica e anti-islamica. Intanto perché le potrei citare diversi aspetti per cui la Sharia ha significato la liberazione dell'uomo dal medioevo in poi. Un esempio fra tutti l'accesso alla proprietà per le donne, il diritto alò divorzio sancita nel '600. 5)Mò sul dafarsi, c'è naturalmente la nuova evangelizzazione del mondo! C'è sempre un ponte di ricostruire e la casa cristiana per accogliere l'umanità! Ma non le viene il dubbio che Sia i non credenti, sia i credenti di altre religioni siano anche parte dell'Umanità. Concludo dicendo che quando ho letto questo suo articolo mi hanno ricordato molto quei capi talebani che dicono le stesse cose che hai scritto: la tua fede è quella vera, il tuo Dio è l'unico Dio, devi solo conquistare gli altri che naturalmente sono poveretti smaritti nel buio! Se questo è il lume della ragione, trionferà il fondamentalismo e la sua logica di sopraffazione che ci condurrà in una guerra permanente.

venerdì 28 marzo 2008

Fitna...olandese??

E finalmente dopo tanto parlare ci siamo:


Amsterdam - "Nel 1945 il nazismo è stato sconfitto in Europa. Nel 1989 il comunismo è stato sconfitto in Europa. Ora deve essere sconfitta l’ideologia islamica. Difendi la nostra libertà. Ferma l’islamizzazione". Queste frasi chiudono il filmato di poco meno di 17 minuti di Geert Wilders, intitolato "Fitna". A dispetto degli appelli dei responsabili olandesi, timorosi di una crisi internazionale paragonabile a quella scatenata dalla diffusione delle caricature danesi di Maometto, il deputato dell’estrema destra olandese ha diffuso giovedì sera via internet il controverso cortometraggio dal titolo "Fitna" (che in arabo significa "divisione e discordia in seno all’Islam") nel quale si dipingono il Corano e la religione islamica come nemici della libertà.
Il cortometraggio anti-islam In una dichiarazione in tv, il primo ministro olandese Jan Peter Balkenende si è fermamente dissociato da questa iniziativa. "Il film associa Islam e violenza, noi respingiamo questa interpretazione", ha dichiarato il premier in tono solenne, parlando in olandese e ripetendo poi in inglese. "Noi siamo rammaricati che Wilders abbia diffuso questo film", ha proseguito Balkenende. "Pensiamo che suo unico scopo sia stato quello di offendere. Ma sentirsi offeso non deve mai essere un pretesto per aggredire o minacciare". La visione di "Fitna", pubblicato in due versioni, inglese e olandese, sul sito LiveLeak.com registrato nel Regno Unito, dura circa un quarto d’ora ed è preceduta da un’avvertenza: attenzione, immagini scioccanti. Si passa infatti dai terribili fotogrammi sulla strage delle Torri Gemelle a quelle dell’attentato di Madrid alla stazione di Atocha.

L'intervista "incriminata" Nel collage di scene realizzato da Wilders - 44 anni, fondatore e capo del Partito della libertà, che conta 9 deputati sui 150 del parlamento olandese - c’è anche l’inquietante intervista alla figlia di una donna kamikaze, che mostra una bimba in tenera età già indottrinate e pronta al sacrificio, come la madre morta in un attentato suicida. Compare anche la famosa vignetta di Maometto col turbante-bomba, pubblicata due anni fa su un quotidiano danese e foriera di violentissime proteste in alcuni Paesi arabi: è la sequenza finale del film, con l’immagine del Profeta che sfuma e in sottofondo il fragore di un tuono. Poi un Corano e, mentre le immagini si dissolvono per l’ultima volta, il rumore di una pagina strappata. Una voce spiega che non è una pagina del testo sacro, ma dell’elenco telefonico: non spetta a me ma ai musulmani strappare le pagine che fomentano l’odio, si legge nella scritta che chiude il cortometraggio.

Polemiche e stato di allerta L’allerta, nei Paesi Bassi e non solo, è al massimo livello, anche perch‚ nelle scorse settimane l’annuncio della pubblicazione del film aveva già provocato non solo proteste, ma era stato seguito da vere e proprie minacce contro le autorità olandesi. Alcuni Paesi musulmani, tra cui l’Iran, hanno minacciato ritorsioni a partire da un boicottaggio economico, tanto che Balkenende aveva sollevato il problema all’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue, parlando dell’esistenza di "segnali di pericolo" in vista dell’annunciata pubblicazione del film. Giovedì sera Balkenende ha assicurato che l’Olanda "tratterà con fermezza di chiunque violi la legge".

L'Onu: "Incoraggia la violenza" Il segretario dell’Onu Ban Ki Moon ha condannato il filmato anti-islam del deputato olandese di estrema. Secondo il segretario generale, "non c’è giustificazione per un linguaggio che promuove l’odio o per chi incoraggia la violenza, e in questo caso, non stiamo discutendo di diritto di libertà di espressione". Sulla stessa linea anche la presidenza slovena dell’Unione europea che accusa il film di "fomentare l’odio". In una dichiarazione a Bruxelles, la presidenza di turno Ue afferma di «sostenere pienamente il documento del governo olandese sulla diffusione on line del film Fitna". "L’Unione europea e i suoi stati membri - si legge nel comunicato - applicano il principio della libertà di espressione, che fa parte dei nostri valori e delle nostre tradizioni. Tuttavia, essa dovrebbe essere esercitata in uno spirito di rispetto per la religione e ogni altro credo o convinzione. Tolleranza e rispetto reciproco sono valori universali che dovremmo sostenere. Riteniamo che azioni come questo film servano soltanto allo scopo di fomentare l’odio".
(da Il Giornale.it)

La parola fitna vuol dire letteralmente "scissione, conflitto" ed è generalmente usata nell'islam per indicare la frammentazione della comunità islamica causata dalla perdita del senso comunitario, ed in particolare designa lo scisma tra sciiti e sunniti. Nel linguaggio dei mistici indica gli elementi che fanno tornare l'asceta al mondo terreno o ne ostacolano l'ascesi...non vedo x cui nessun legame logico col film. Evidentemente l'autore del cortometraggio si rifà non tanto alla definizione originale ma a quella recentemente proposta da Gilles Kepel che "non è soltanto per lo studioso francese quella che coinvolge al suo interno il mondo islamico (tutt'altro che monolitico e indifferenziato) ma assai più quella che contrappone con una crescente scia di violenza e di oltranzismo intollerante i due sistemi-mondo, occidentale e islamico, con l'Occidente visto dai musulmani come complice dei regimi autoritari e dittatoriali che li angariano quasi dovunque e che sono in grado di sopravvivere solo per il sostegno occidentale, pago di vedersi garantire il rifornimento di materie prime (essenzialmente petrolifere, ma non solo) e il sostegno alla sua politica internazionale."

Forse nella sua ignoranza non sbaglia a leggerla così: la "fitna" che lui intende è quella nata solo di recente, da quando appunto il mondo islamico ha dovuto subire colonizzazioni ed umiliazioni di ogni genere da un Occidente "superiore"...prima di allora mai mi pare ci siano stati screzi tra cristiani e musulmani a livello religioso,semmai solo politico. Sicuramente però non era questo il senso che egli voleva dare alla parola.

Ed è anche vero che la ummah oggi è indebolita dalla fitna nel senso originario: e la maggior parte della fitna la causano proprio coloro che sn ritratti nel cortometraggio! Per cui indirettamente ci ha fatto un piacere a denunciarli, fallendo nel suo scopo ancora una volta!

Ho visto il film e mi sono tranquillizata: mi aspettavo chissà quale sconcertante teoria sul Corano e mi sono ritrovata dinanzi a delle immagini viste e riviste ed a teorie neocon trite e ritrite(le stesse che in Italia propugnano la Lega o la Destra x intenderci: fermare la colonizzazione islamica dell'Europa, difendere la nostra libertà...)...veramente non merita tutta questa pubblicità!!

Che Dio ci salvi e ci guidi!!!

Conversioni e politica

Dal blog di Sherif:


La Pasqua politica
di Furio Colombo, L'Unità

Il giorno di Pasqua del 2008 resterà memorabile per una svolta della Chiesa cattolica sotto la guida di Papa Ratzinger. Una terminologia politica sarebbe forse più adatta di quella religiosa per definire la svolta di cui stiamo parlando. (...) Si sa che Joseph Ratzinger è uomo attento ai dettagli e - da buon docente di teologia - meticoloso nelle definizioni. Se Israele non viene nominato vuol dire che non esiste, secondo le regole vigorose di una tradizione di insegnamento che - ormai lo abbiamo imparato - calcola e soppesa ogni frammento di evento e di parola. Ma le decisioni politiche espresse in modo chiaro, addirittura drammatico, nel giorno della Pasqua cristiana non si fermano qui. Accade che un notissimo giornalista e scrittore di origine egiziana e di religione islamica, Magdi Allam, abbia deciso di convertirsi, di diventare cattolico. A tanti secoli di distanza dai tempi in cui la conversione di un imperatore doveva essere solenne e pubblica perché significava la conversione di un intero popolo, chiunque avrebbe pensato che la luce della fede secondo il Vangelo avrebbe raggiunto uno scrittore-giornalista nell’intimo della sua vita privata. Invece è accaduto qualcosa di sorprendente e di stravagante: Magdi Allam si è convertito in mondovisione. Il suo battesimo è stato somministrato personalmente dal Papa.

Il Papa - lo abbiamo detto e lo ricordiamo - è allo stesso tempo il capo di una grande religione e di un piccolo potentissimo Stato. Le conseguenze di ogni gesto, in entrambi i ruoli, hanno, come tutti sanno, un peso molto grande. E’ un peso che cade due volte sulla delicata e instabile condizione internazionale. In un primo senso una delle tre grandi religioni monoteiste celebra se stessa come la sola unica e vera, e presenta Magdi Allam come qualcuno che ha visto la luce e si è elevato molto al di sopra della sua condizione (“di religione islamica”) precedente. In un secondo senso una implicita ma evidente dichiarazione di superiorità è stata resa pubblica, solennemente, in un modo che non ha niente a che fare con l’intima avventura di una conversione. Lo ha fatto personalmente il capo della Chiesa cattolica dedicandola a tutti i Paesi consegnati allo stato di inferiorità detto “islamismo”. Per evitare incertezze su questa interpretazione, la clamorosa pubblicità del gesto diffuso in mondovisione è diventato il messaggio: Allam è salvo perché non è più islamico. E’ finalmente ospite della grande religione che è il cuore della civiltà occidentale.

Da parte sua Magdi Allam ha voluto offrire un commento chiarificatore. Ha spiegato che l’islamismo - moderato o estremista che sia - ha al suo centro il nodo oscuro della violenza. Ha sanzionato l’idea di una religione inferiore e di una superiore. Comprensibile, anche se insolita per eccesso, l’illuminazione che Magdi Allam ha voluto dare al suo gesto per ragioni personali. Un giornalista, già noto, battezzato personalmente dal Papa in mondovisione lascia certo una traccia. Ma provate ad accostare il gesto di governo religioso di Papa Ratzinger, che accoglie personalmente un personaggio in fuga dall’inferno islamico e lo congiunge al rifiuto di nominare, nel corso di un altro evento altamente simbolico (la benedizione Urbi et Orbi), il nome di Israele, un Paese la cui sopravvivenza è in pericolo. Senza dubbio si tratta di due eventi diversi, opposti e straordinari. Ma i due gesti si equivalgono, quasi si rispecchiano per un tratto in comune. Una delle tre grandi religioni monoteiste sceglie, al livello della sua massima rappresentanza, di essere conflittuale verso le altre. Alla patria degli ebrei e alla sensibilità religiosa degli islamici non viene dedicata alcuna attenzione. Non è strano?

Forse no, visto alcuni precedenti di papa Ratzinger. Uno è il discorso di Bratislava, che ha creato, come si ricorderà, una lunga situazione di imbarazzo. Un altro è l’esitazione e il ritardo, e di nuovo l’esitazione, nel porre il Tibet e la sua libertà, prima di tutto religiosa, al centro dell’attenzione. E poi ci sono precedenti omissioni o disattenzioni di Joseph Ratzinger nei confronti di Israele, che hanno richiesto correzioni e provocato fasi di gelo che non si ricordano sotto la guida dei suoi predecessori. Questo è il caso di un Papa-governante che è noto per essere un minuzioso tessitore della propria politica e che - a quanto si dice - non ricade mai nei giochi “di curia” o comunque nei giochi di altri. Dunque è inevitabile la domanda. Mentre tace su Israele e battezza con la massima risonanza mondiale qualcuno che ha abiurato l’islamismo, mentre, intanto si tiene prudentemente alla larga dal Tibet, dove sta andando il Papa, dove sta portando la Chiesa di cui è governante e docente?

giovedì 27 marzo 2008

Persepolis

Ultimamente sta facendo molta notizia il film Persepolis, tratto dall'ononimo fumetto dell'iraniana Marjane Satrapi. Avevo precedentemente letto il fumetto e mi era piaciuto sia per la carica espressiva che per l'umorismo e la sincerità dell'autrice che tutto lo pervade...attendo di vederne la trasposizione cinematografica!

Ecco il trailer:



Oggi leggevo che Hezbollah lo ha bandito:

Il film 'Persepolis' censurato in Libano ma le copie sono in vendita a Beirut

Il leader di Hezbollah, Nassrallah
Piu' lealista del re, Hezbollah e' riuscito a far vietare in Libano la proiezione di 'Persepolis', il cartone animato che ha irritato Teheran per lo spietato ritratto che offre della rivoluzione islamica.
Secondo fonti libanesi, il capo dei servizi segreti iraniani non ha gradito che nel lungometraggio l'Iran all'epoca dello Scia' appaia migliore di quello che e' oggi. "E' chiaro che il generale Wafiq Jizzini, che e' vicino a Hezbollah, non vuole che venga proiettato" ha detto la fonte. La decisione e' stata duramente criticata in molti ambienti che la considerano l'ennesimo segno di asservimento al governo di Teheran. Secondo il ministro della Cultura, Tareq Mitri, non c'e' ragione per cui il film sia vietato e per questo ha sollecitato il collega dell'Interno a revocare il provvedimento. Bassam Eid, manager della Circuit Empire, distributrice del cartone animato, ha definito il divieto "ridicolo e ingiustificato". "E lo e' ancora di piu'" ha aggiunto, "se si considera che il film si puo' comprare per meno di due euro nel quartiere meridionale di Beirut roccaforte proprio di Hezbollah: io stesso ne ho acquistato uno li' e un altro nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila per portarlo al ministro della Cultura" Il leader druso Walid Jumblatt, elemento di spicco della coalizione antisiriana, ha espresso tutto il proprio stupore per quello che ha definito "un passo falso: permettere ai servizi di sicurezza di valutare i prodotti dell'arte e della cultura". Un successo sia negli Stati Uniti che in Francia, 'Persepolis' racconta l'infanzia dell'autrice di fumetti Marjane Satrapi nell'Iran degli anni '80 e si e' gia' attirato le ire del governo di Mahmoud Ahmadinejad che lo ha definito "islamofobo e anti-iraniano".
(Corriere della Sera, 27/03/08)

Ascoltando un'intervista all'autrice, si apprende che la sua intenzione non era fare un fumetto islamofobo o anti-iraniano ma anzi pro-iran ,nella misura in cui si vuole mostrare che "anche gli iraniani sono esseri umani con sentimenti esogni e che nn vadano quindi ricondotti ad un'orientalistico e mediatic stereotipo foriero di intolleranza e di guerra: prima di bombardare l'Iran si rifletterà sul fatto che anche là ci sono esseri umani come noi".


E non si può essere che d'accordo su questo punto. Tuttavia, benchè l'iraniano medio non sprizzi religiosità da tutti i pori, non si può dire che tutti gli iraniani siano come Marjane. Proveniente da una famiglia ricca ed occidentalizzata, la brava fumettista iraniana si fa spesso gioco del velo e di altri simboli islamici...anche se probabilmente per lei non sono più che simboli dell'oppressione politica dovrebbe considerare che invece per altri sono simboli di autentica devozione. Inoltre non credo che tutti si riconoscano nel modello e nell'idea che le vuole dare dell'Iran...non è che quel voler dire "non attaccateci, siamo come voi" non esuli la sfera umana e significhi "non attaccateci, siamo come voi...come voi odiamo il velo e sognamo la vostra libertà?"...perchè questo è quanto si evince dal fumetto, se letto nella chiave che l'autrice propone. Non sono d'accordo con chi propone di censurarlo poichè alla fine è una bella e simpatica opera artistica(anse se pare che in Italia sia stato auto-censurato dai gusti del pubblico: pochi cinema lo hanno proiettato!), e perchè spesso la censura stimola la curiosità anche di un pubblico prima disinteressato,ma neppure lo caricherei di una missione umanitaria come si propone di fare la Satrapi...è stato concepito come una personale autobiografia e così dovrebbe essere considerato.

martedì 25 marzo 2008

Riflessioni mistiche

L’unica cosa di cui deve preoccuparsi colui che desidera Dio (murid)
è soddisfare i diritti del suo Signore (huqùq ar-Rubùbiyya)

«Scrutare i difetti nascosti in te vale meglio che scrutare i misteri (divini) velati a te»
(Hikam-Saggezze 29 - di ’Ibn ‘Ata Allâh)
Bismillàhi ar-Rahmàni ar-Rahìm
In nome di Dio il Misericordioso il Clementissimo
wa-ssalàtu wa-ssalàmu 'alà Saiyydinà Muhammad wa 'alà 'alihi wa sahbihi wa sallim taslima

un saluto di pace a tutti coloro che leggono
Una 'attenzione' che viene insegnata dai Maestri Spirituali del Tasawwuf (Sufismo) ai propri discepoli affinché essi si sforzino di svilupparla nel loro lavoro di perfezionamento spirituale è quella di lavorare sulla propria nafs (l’ego, l’ insieme delle tendenze individuali negative ed egocentriche).

Riportiamo a tal proposito una ‘Saggezza’ del Sufi Ibn ‘Atà Allàh, commentata da Sidi Ahmad Ibn ‘Ajiba, che Allàh sia soddisfatto di loro, contenente delle riflessioni sui difetti e le insufficienze dell’essere individuale umano (e della sua nafs). Ci auguriamo che questi spunti ci possano essere di aiuto per il nostro cammino spirituale verso Dio (Tariqa Allàh), a Dio piacendo (incha Allàh).
Al hamdu li-Làhi Rabbi ‘alamin
la Lode spetta ad Allàh il Signore dei Mondi
pace a chi segue la retta Guida

* * *«Scrutare i difetti nascosti in te vale meglio che scrutare i misteri (divini) velati a te»
«Tashawwufuka ilá mâ bátana fika
min al-'uyûb kháirun min tashawwufika ilá mâ hujiba 'anka min al-ghuyûb»
di ’Ibn ‘Ata Allâh
[ Hikam (Saggezze) 29 ]
Commento di Sidi Ahmad Ibn ‘Ajiba
Attenzione o aspettativa è l’interesse per qualcosa, un insistente impegno col quale uno vuole avere qualcosa di difficile da ottenere in principio.Il tuo interesse nello scoprire i difetti che sono nascosti in te, come l’invidia, l’arroganza, l’amore per la gloria o il potere, la preoccupazione ossessiva per la sussistenza, il timore della povertà, l’ansia di notorietà, ed altre insufficienze, il tuo interesse per scoprire questi difetti ed analizzarli, il tuo sforzo per liberarti di loro, è molto meglio che l’interesse che provi per i segreti dell’esistenza chiamati “ghawàmid at-Tawhìd” o “vaghezze dell’Unità”, poiché a questo universo unitario uno non può approssimarsi senza essersene fatto meritevole ed essere assistito dalla propria “abilità” che lo rende capace di assimilare correttamente questi saperi [conoscenze] sottili e difficili.Il tuo interessarti ai tuoi difetti nascosti torna a rivitalizzare il cuore e ti assicura un rango elevato vicino ad Allàh ed un piacere permanente, mentre, a tale livello (di imperfezione), il tuo interesse per i segreti del Tawhìd (Unità Divina) non è più che una curiosità, un interesse che potrebbe anche provocare la rovina del tuo universo interiore orientandoti verso l’arroganza anziché renderti umile, facendoti credere diverso dagli altri. Devi sapere che i difetti o le insufficienze sono di tre tipi:Per primo vi sono i difetti dell’ego In secondo luogo i difetti del cuore ed infine i difetti dello spiritoI difetti dell’ego nascono dalla dipendenza dalle inclinazioni del corpo, come l’affanno ossessivo per procurarsi cibo buono ed abbondante, bevande, vestiti, cavalcature, case, soddisfazioni sessuali ed altro simile. Tale ossessive dipendenze rendono schiavo l’essere umano, impedendogli di pensare ad altro, occupando tutto il suo tempo e frustrando i suoi sforzi . I difetti del cuore nascono dalla dipendenza dagli “appetiti del cuore” (ash-shahwàt al-qalbìa), come l’amore per la gloria, il potere, la fama, l’arroganza, l’invidia, il rancore, ecc..., i quali producono soddisfazioni che compiacciono il cuore e non il corpo.I difetti dello spirito sono quelli relativi alle deviazioni che accompagnano gli avvenimenti interiori, come la ricerca delle karàmàt (miracoli, carismi), preoccuparsi del rango posseduto di fronte ad Allàh, con l’ansia di ottenere un maqàm (stazione spirituale) più elevato, deviare il desiderio verso i piaceri e le Hùrì del Paradiso, ecc...Tutti questi appetiti distruggono la possibilità di realizzare se stessi in ciò che è essenziale, che è l’assoluta dipendenza ed assoggettamento ad Allàh (‘Ubùdiyya) [servitù pura, totale]. Questa e’ l’unica ragione che deve muovere l’aspirante, colui che desidera Dio (murìd).L’unica cosa di cui deve preoccuparsi colui che desidera Dio è soddisfare i diritti del suo Signore (huquq ar-rubùbiyya). Impegnarsi nel correggere i propri difetti, che lo allontanano da questa realizzazione, scoprire gli interessi che lo distolgono da Allàh, come le proprie insufficienze al livello dell’ego, del cuore e dello spirito, e purificarsi al fine di servire sinceramente il proprio Signore, tutto ciò è molto meglio per lui che le Scienze nascoste (‘ilm al-ghuyùb) rappresentate dai segreti dell’Unicità dell’Esistenza (Tawhìd al-wujùd).Questo processo si chiama Takhallì che significa spogliazione, svuotamento, [allontanamento da tutto ciò che distoglie da Dio]. Solo una volta completamente nudo davanti al suo Signore [il murid] può incominciare a rivestirsi delle nobili qualità che sono gli opposti dei difetti precedentemente menzionati.

PS - In un altra Saggezza sempre Ibn Atà Allàh dice:
«Realizza i tuoi attributi: Egli (Dio) ti soccorrerà con i Suoi.Realizza in te l'umiltà: Egli ti soccorrerà con la Sua grandezza.Realizza in te l'incapacità: Egli ti soccorrerà con il Suo potere.Realizza in te la debolezza: Egli ti soccorrerà con la Sua forza e potenza»
(Ibn Atà Allàh- Hikam 165)

(da Islam-online.it)